L’amicizia nella storia
Pietro Bolognesi 17/07/24
Proverbi 24,1-6
La Parola di Dio è l’autorità che fonda il nostro modo di pensare, ma è opportuno dedicare un piccolo momento alla storia. Il tema dell’amicizia ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, per questo non vogliamo scrivere una monografia sul tema ma limitarci a raccogliere alcuni elementi.
1) Nel mondo antico
Com’era considerata l’amicizia? In Grecia, l’amicizia (philia) godeva di grande attenzione, quasi fino all’idolatria. Una delle tendenze era di porre l’amicizia al di sopra di tutti gli altri legami, anche di quello matrimoniale. Platone ha consacrato il dialogo su Lisia ed altri scritti sul tema dell’amicizia (Fedro, Simposio). Aristotele, poi, dedica due libri della sua etica nicomachea al tema dell’amicizia considerandola fonte della felicità (“l’amico come il fratello è un altro sé stesso”). Distingueva tre gradini: (1) l’utilità; (2) il piacere; (3) la bontà; quest’ultima si riferisce effettivamente alla vera amicizia in quanto aspira e punta al bene dell’altro al di là dell’utilità o del piacere che ne può derivare. Un’amicizia, diceva lo stesso Aristotele, piuttosto rara.
Per i Romani l’amicizia era, ugualmente, uno dei valori più elevati. Nel dialogo immaginario che Cicerone dedica nel De Amicizia a questo tema, l’amicizia viene definita come un sentimento disinteressato nascente dalla comunanza di interessi e dall’affetto reciproco.
“Io pongo l’amicizia al primo posto fra tutte le cose mane.
Nulla è così adatto sia per i momenti felici che per quelli avversi.
Cosa c’è di più dolce che avere qualcuno cui poter dire tutto
come a te stesso?”
Si tratterebbe, in fondo, di voler le stesse cose e di respingere le stesse cose. Pertanto, sia in Grecia sia in Roma l’amicizia ricopre un grande ruolo.
Durante il Rinascimento, l’amicizia ricopre una grande importanza. Essa riguarda solo i “buoni” (dimensioni utilitaristica ed etica insieme).
Per come l’abbiamo accennata finora, l’amicizia richiede tre elementi: radicamento, relazione, proiezione; elementi, questi, che da questi flash storici capiamo ricevere un’importanza minore o comunque meno elaborata.
2) Il periodo della Riforma
Durante la Riforma, l’amicizia riceve grande spazio da parte dei Riformatori. Malgrado la lettura che viene fatta spesso dei Riformatori come persone rigidamente interessate alla precisione dogmatica della dottrina cristiana e quindi totalmente estranei alla dimensione personale, affettiva, in realtà essi, pur mantenendo l’interesse per l’ortodossia, avevano grande sensibilità nei confronti dell’amicizia. Anche nelle controversie dottrinali mantenevano questa tensione, cercando un consenso ed una convergenza.
Vermigli apprende la morte di Bucero e scrive ad un amico dicendo:
“Caro Umberto, non c’è più colui che tu chiamavi “il tuo Bucero” e che fu anche il mio, non c’è più Ci ha lasciati per andare a Dio e a Cristo, in mezzo alle testimonianze di dolore e di inesprimibile tristezza da parte di tutti i fedeli, la sua morte è per me un tale colpo che io sono come tutto spezzato, come se mi sentissi separato dalla migliore parte di me stesso. Fino a quando Bucero ha vissuto, io non mi sentivo né a Strasburgo, né in Inghilterra, ora io sono solo, non ho più un compagno su questa strada che noi seguiamo con lo stesso passo con perfetta armonia di spirito e di cuore. La mano di Dio è come se si fosse appesantita su di me emi avesse tolto un amico così caro. Oh quante volte in questi ultimi tempi il nome di Strasburgo è stato sulle sue labbra. Assente di corpo egli non cessava di essere a Strasburgo in ispirito. La scorsa estate egli venne a Oxford e passò 11 giorni in casa mia, quanti pii ricordi, che dolci intrattenimenti, parlando dei fratelli cui noi eravamo separati ci sembrava che noi fossimo trasporti in mezzo a loro e che l’ora del ritorno fosse già sonata per tutti gli esiliati. Egli è partito per primo non per questa città, ma per una città celeste e migliore per il soggiorno di pace e di felicità preparato da Dio per i suoi santi e nulla potrà rapirgli questa felicità. Il mio unico desiderio è di non essere per troppo tempo separato da colui con cui io ho vissuto una così dolce unione”. (P.M. Vermigli, lettera a Conrad Umbert, 1551).
Calvino è il riformatore che ha allacciato dei legami fratelli con molte persone che hanno resistito all’usura del tempo e a tante prove. Sapeva intrecciare la serietà del suo lavoro con una affabilità che gli faceva guadagnare il rispetto di molte persone. Sei temi per riassumere l’amicizia in Calvino.
a. L’amicizia come intimità: in esodo 33, la relazione tra Mosè e Dio intesa da Calvino come un rapporto sessuale.
“Questa intimità familiare in cui parlano faccia a faccia così come si farebbe con un amico. Le relazioni dovrebbero avere questo tipo di modello”. Poi richiama l’esempio di Cornelio e l’intimità che contraddistingue quest’uomo che include nella propria vita tutta una serie di persone: l’altro viene incluso nel proprio mondo.
In una lettera in cui parla di un amico venuto meno, Calvino afferma, rivolgendo a Farell: “Io sono proprio costernato. Non posso mettere alcun limite alla mia afflizione. Di giorno non v’è alcuna occupazione che possa contenere il mio spirito ed impedire di agitare in me ogni pensiero. Ai tristi tormenti del giorno succedono le torture più crudeli della notte”.
b. L’amicizia come presenza fisica. In un commento a Giovanni, Calvino evoca la prossimità degli amici allo sposo in cui nota questa amicizia che suppone un’interazione personale: “Gli amici sono coloro che partecipano ai momenti chiave della vita dell’amico. Sono come degli amici che colui che si sposa prende con sé per tenere a lui compagnia e celebrare le nozze”.
In una lettera a un uomo che aveva aderito alla riforma scrive: “prima di avervi visto, caro, io vi amavo, vi veneravo. Avevo appreso a conoscervi tramite i vostri scritti, in qui brilla tanto candore, una pietà al di sopra dell’ordinario, una erudizione solida. Io considero la vostra amicizia come un onore e l’immagine delle vostre virtù da molto tempo presente al mio spirito, prima che io possa apprezzarle nella loro pienezza. E, come un luogo che raddoppia il proprio affetto, e che voi la rendete sempre più durevole”.
c. Amicizia come espressione dell’amore. Sempre in un commento a Giovanni, Calvino afferma circa il comandamento di amarsi. L’amicizia per Calvino è collegata nell’intimità. La comunicazione familiare indica un grado d’intimità molto grande in cui c’è l’intenzionalità da parte degli amici e Cristo è visto in quanto amico dei peccatori che viene a far loro conoscere la sapienza celeste del Padre. È importante conoscere le necessità degli amici per potergli fare fronte.
d. Amicizia in quanto redenzione. Anche in questo caso Calvino prende la Scrittura come fondamento del suo pensiero e vede la necessità dell’umanità (sola nella solitudine del peccato) di Cristo quale redenzione (Gv. 17). “Gesù parla dell’amore di Dio per i santi e la collega alla riconciliazione e alla redenzione”. Dentro questi commenti che potremo trovare soprattutto nel vangelo di Giovanni, c’è l’idea dei rapporti con altri riformatori.
Farell e Giré che insieme a Calvino erano considerati il treppiedi della Riforma. Di cosa parlano nella loro corrispondenza? L’amicizia non riguarda solo questioni di carattere teologico o organizzativo, ma riguarda anche cose come il bisogno di trovare una moglie per Farell, oppure si occupa del suo stato di salute, ecc…
e. Amicizia come riconciliazione. Calvino sostiene che Cristo ha provveduto tutto per essere noi riconciliati con Dio e collega l’amicizia al ministero di riconciliazione di Cristo. Nel momento in cui qualcuno diventa amico di Dio grazie alla riconciliazione, da quel momento diventa anche “amico mio”.
“Anche se non è sbagliato pregare che Dio si vendichi dei nemici,
dall’altro è bello pregare per la loro conversione
affinché possano diventare amici”.
Parlando di Bucero e di un altro amico venuti meno, afferma: “Quando io penso al vuoto che questi due uomini lasciano nella chiesa di Cristo, io sento il mio cuore sanguinare per una nuova ferita. Che Dio voglia che io sia chiamato prima di tutti gli altri amici, che io non debba piangere su questa terra. E allora io morirò contento”.
f. Amicizia come servizio. Calvino distingue tra amici di Dio e amici del mondo. I secondi allontanano da Dio e quindi sono incapace di servire Dio. Coloro che, invece, servono Dio avvicinano a Dio perché servono lui e non il mondo. Pertanto, la vera amicizia implica il servizio di Dio, compito cui il riformatore aveva investito tutta la sua vita. Calvino dedica il commentario a Tito a Farell e Giròn, scrivendo nella prefazione, dopo l’accento formale circa il senso del commentario, “non credo ci siano mai stati amici che abbiano vissuto insieme in una tale profonda amicizia nel loro quotidiano stile di vita come noi nel nostro ministerio”.
Per legare il tipo di amicizia emergente, pensiamo a tre parole: verità, costanza e fede.
3) Un’indicazione dai Puritani
L’amicizia secondo i Puritani, riguardava l’intimità per condividere tutto e mantenere un impegno nella preghiera. Si trattava proprio di una richiesta fatta a Dio.
Possiamo chiederci quale rilievo possono avere queste relazioni. Sarebbe bello se coloro che sono impegnati nel servizio cristiano non si considerassero solo “fratelli” o “sorelle”, ma anche amici. Questo tipo di amicizia può legare le persone al di là di quella solitudine e di quel travaglio che normalmente viviamo nel mondo. È preoccupante se l’amicizia riesce a trovarsi a proprio agio nel mondo. Sarebbe bello se il Signore la prolungasse nella nostra vita personale per vincere la solitudine del pellegrinaggio sul sentiero stretto della vita.
Le mie amicizie sono impegnate per il Regno di Dio?
le mie amicizie sono per l’edificazione della Chiesa?