L’amicizia nella scrittura I

Pietro Bolognesi 15/07/24


Giovanni 4,7; Giovanni 15,13-15;

Il verbo amare porta con sé una pluralità semantica molto ampia e, di fatti, è molto difficile esaurirla in poco tempo. Per questo, cerchiamo di declinare il termine concentrandoci sul tema dell’amicizia.
La scelta del termine “amicizia” non è una decisione unilaterale dell’oratore, ma emerge dalla Scrittura stessa: i termini relativi all’amore e all’amicizia sono termini complementari e tali da sovrapporsi reciprocamente. I discepoli avevano legami amicali e coloro che appartenevo alla comunità allargata avevano rapporti di amore e amicizia. Presupposto di queste lezioni, dunque, consiste nel tentativo di comprendere l’amore senza scivolamenti romantici o retorici (Gv. 11,3). Il capitolo 11 di Giovanni dice che Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro (v. 5). In un caso troviamo ili verbo phileo, in un altro agaphao. Non c’interessano le questioni filologiche quanto, piuttosto, il fatto che il Signore era considerato qualcuno che amava, nello stesso tempo, tutti questi soggetti (“Il nostro amico Lazzaro”). Quando pensiamo in termini di amicizia, ci rendiamo conto che tra questi soggetti c’era una vera e profonda confidenza, una fiduciosa relazione. Nella Scrittura, pertanto, i legami tra amore ed amicizia sono intrecciati e molto importanti. Cristo aveva un’amicizia con i discepoli, Davide e Gionathan erano amici, ecc…

1) L’amicizia come scelta

Gv. 15,13-15. Il baricentro della relazione amicale risiede nel verbo “dare”. Molte relazioni sono legate all’angoscia del ricevere o della gratificazione personale. Potremmo fare un minuto di silenzio per chiederci quante volte ragioniamo con queste categorie nelle nostre relazioni. Che termini uso per descriverle? Sono termini molto diversi dal “dare”?
Il verbo “dare” aiuta a vedere che c’è una pienezza libera nella persona. Una persona veramente libera è una persona che può dare: non ha ansia di apparire, non ha ansia da prestazione, non ha ansia per realizzare qualcosa, è una libertà, una serenità che si può permettere di dare. C’è una forza propulsiva che permette alla persona di rivolgersi verso qualcun altro. L’altro non è qualcuno che meramente esiste, né un mezzo per rispondere alle mie angosce, né un rivale. L’altro è meritevole d’interesse, qualunque sia il beneficio che ne posso trarre.
Il Signore avrebbe potuto salvarci in molti modi, ma ha scelto di darsi. In questa scelta ha indicato una pista per relazioni vere. È stata una sua libera scelta e noi sappiamo che il darsi del Signore prescindeva totalmente dal valore degli amati. Non siamo stati salvati per la nostra amabilità. L’altro è stato scelto come amico. L’amicizia nasce da questa pienezza che produce delle scelte senza interesse (Gv. 15,16). Non c’è nessuna reciprocità nella relazione. Siamo stati amati per primi e abbiamo così ricevuto il paradigma per l’amore.
Qualcuno, a questo punto, potrebbe sostenere che questa visione dell’amicizia si ricolleghi alla teologia del patto. L’idea del patto pone sulla riflessione in parola un elemento estremamente diverso dalle amicizie intese in ottica profana. Per potersi veramente dare bisogna che ci sia una pienezza libera, una pienezza capace di darsi. Tale pienezza non è pensabile al di fuori dell’opera della grazia, ma è all’interno di una visione che valorizza il patto. La religione che cresce di più è quella del “culto di sé” e non del “dono di sé”. Ho veramente amicizie nel mondo? In quali categorie sto vivendo e lavorando le mie amicizie? (Ef. 5,2) Siamo chiamati a seguire l’esempio di Cristo. Sintetizzando, l’amicizia nasce da una scelta piena e non basata sul desiderio di profitto. Certamente, richiederà un percorso, ma l’amicizia per la Scrittura è una scelta nei confronti di altri.
Poco prima, in Giovanni 15,12, il Signore aveva dato il nuovo comandamento. Pertanto, l’amicizia non è più una ipotesi della vita cristiana, ma è un comandamento! Vuol dire che dobbiamo uscire dal groviglio dei nostri pensieri per guardare ad altro. Il paradigma è il Signore Gesù: quando pensiamo alla traiettoria della scelta, del darsi, cominciamo a riconfigurare la nostra idea di amicizia: essa non è quel che ho sempre pensato senza Cristo, ma nasce dentro a queste rinnovate categorie. Poiché lui si è sacrificato, così deve accadere per noi.
Tale pienezza consiste nella rinuncia a sé. Si può rinunciare a sé solo se si è pieni, se c’è abbondanza. Se sono segnato dall’insufficienza ho difficoltà ad impegnarmi per l’altro. Se io ho un senso di inferiorità allora ho grande difficoltà a pensare ai benefici che posso procurare all’altro. Siccome sono angosciato della mia insufficienza, ho difficoltà a vivere delle relazioni realmente lineari con gli altri perché sono in difficoltà con la mia identità. Ugualmente, una persona segnata dal senso della sufficienza rischia di essere ostacolata dall’apertura verso l’altro. Siccome l’altro non appartiene al mio mondo o alla mia classe sociale, guardo dall’alto in basso e mi ritrovo incapace di legare vere amicizie. Al contrario, la persuasione di essere amato è ciò che mi permette di amare a mia volta. Poiché ho realizzato di essere stato amato e accettato da Dio, allora non ho alcuna delle categorie poc’anzi citate ma ho quella serenità di fondo che nasce da questo amore ricevuto e appagante (1 Gv. 4,19).
Solo un cammino di ricostruzione dell’identità permette di vincere le tare naturali che abbiamo e ci può consentire di darci senza calcoli a qualcuno.

2) L’amicizia come obbedienza

Gv. 15,14. “Voi siete miei amici se fate le cose che io vi comando”. L’amicizia è dipendenza da qualcosa di comune. Le cose che il Signore comanda non sono una serie di frammenti nozionistici o perle di saggezza pescate qua e là; le cose che lui ci comanda attengono ad una visione del mondo: valori che impregnano, nutrono, alimentano e segnano la nostra vita. Gli amici hanno una somiglianza spirituale che deriva da questa dipendenza comune: la focalizzazione su Cristo e sul suo regno è tale da alimentare questa convergenza autentica. Appare piuttosto impossibile immaginare una vera convergenza tra persone che non hanno la medesima attenzione. Sarebbe eccessivamente spirituale pensare che ciò abbia a che fare solo con la centralità di Cristo. Si tratta di qualcosa di più impegnativo. Se non frequentiamo le stesse passioni è inutile chiamare in maniera nominalistica la figura del Signore. Le passioni che ci muovono veramente codificano la vita in profondità e non sono solamente delle nozioni estetiche o parole simili che si possono usare. C’è qualcosa di comune che va oltre le cose formali (come le mere simili espressioni durante un culto). Esempio di Davide e Gionathan (1 Samuele 18,1).
Queste convergenze non si pongono alla fine di un lungo percorso di concessioni reciproche, ma vi sono quasi istantaneamente per aver attinto dai medesimi pozzi, per esserci appassionati delle medesime verità, per aver vissuto un servizio con i medesimi obiettivi. Visione del mondo come narrativa comune che ho su di me, su gli altri e su Dio. Tutto quel che faccio e ascolto viene filtrato dalla mia visione del mondo e mi impregna in profondità. Posso chiedermi se certe distanze siano in fondo sane e se certe prossimità, invece, non lo siano (1 Gv. 2,15).
In questo senso, gli amici non hanno bisogno di parlarsi tanto. L’amicizia non deriva da concessioni reciproche, ma nasce da una comune tensione spirituale. In questi casi si va al di là del singolo episodio o evento (Gv. 13,23).
Tre dipendenze che possono essere ostacoli a questo tipo di amicizia.

1. L’ossessione per la proprietà: si pensa prima alle cose e poi alle persone. Condizionamento profondo dal possesso e quindi dal bisogno di sfruttare tutto e tutti per il mio beneficio.

2. L’ossessione per la sessualità: distrugge l’amicizia. Comporta il senso di solitudine perché si pensa all’altro in funzione di sé.

3. L’ossessione della società: perdita d’identità dell’individuo in funzione della massa. Quando l’uomo è dominato dagli interessi della massa è difficile trovare spazio per un’amicizia che rimane, invece, in un’ottica personale.

Vi sono relazioni definite “amicizia” in cui, invece, uno possiede l’altro. Questa, malgrado le apparenti convergenze, non è amicizia. Sotto questo profilo, l’amicizia è qualcosa di pericoloso perché mette in mostra quali sono le mie divinità. Se noi non le vogliamo scoprire e lavorare, allora difficilmente sperimenteremo la dimensione dell’amicizia e della lealtà nei confronti di qualcuno. L’amicizia non si afferma nel vuoto dei valori o nella diversità dei valori, ma nella convergenza dei valori.

3) Amicizia come testimonianza

Da ultimo, l’amicizia è occasione per la testimonianza. Quando la gente guardava quella situazione tragica di Gesù con Lazzaro, Marta e Maria: “Guarda come l’amava”. Se io sono un testimone di questa espressione di affetto, allora anche chi ne è estraneo è preso da ammirazione. Sono veramente amico di qualcuno?